Biografia
L’intero percorso artistico di Arturo Carmassi è segnato da un’instancabile ricerca espressiva che abbraccia pittura, scultura e incisione.
La sua cifra stilistica risiede in una sperimentazione tecnica continua: dal rigore degli oli e delle chine alla libertà materica del collage e delle sabbie, fino all’impiego di elementi non convenzionali. Cera, cartone ondulato, catrame, mallo di noce, stoffe e legni di recupero diventano, nelle sue mani, strumenti per esplorare nuove possibilità plastiche e visive.
Nella sua poetica si mescolano astrattismo e surrealismo intriso di umanità e spiritualità laica, in cui ogni gesto è sempre pienamente controllato, mai casuale, e volto a indagare le radici profonde del segno.
L’intero percorso artistico di Arturo Carmassi è segnato da un’instancabile ricerca espressiva che abbraccia pittura, scultura e incisione.
La sua cifra stilistica risiede in una sperimentazione tecnica continua: dal rigore degli oli e delle chine alla libertà materica del collage e delle sabbie, fino all’impiego di elementi non convenzionali. Cera, cartone ondulato, catrame, mallo di noce, stoffe e legni di recupero diventano, nelle sue mani, strumenti per esplorare nuove possibilità plastiche e visive.
Nella sua poetica si mescolano astrattismo e surrealismo intriso di umanità e spiritualità laica, in cui ogni gesto è sempre pienamente controllato, mai casuale, e volto a indagare le radici profonde del segno.
1925-1945
La formazione torinese e l’indipendenza intellettuale

Arturo Carmassi nasce a Lucca il 2 luglio 1925. La madre muore di parto e lui viene affidato alla zia materna. Lo zio, socialista, nel 1929 trasferisce l’intera famiglia a Torino, città allora più aperta alle istanze antifasciste. È in questo contesto che Carmassi inizia a dipingere. A 19 anni entra alla Scuola del Paesaggio A. Fontanesi, con un brevissimo passaggio all’Accademia Albertina.
Fin dai suoi esordi nel secondo dopoguerra, l’artista manifesta una spiccata indipendenza intellettuale: pur muovendosi in un contesto dominato dalle diverse correnti del neocubismo, da quelle di matrice realista a quelle più astratte, riesce a mantenere una posizione autonoma e originale.
Durante la seconda guerra mondiale, i bombardamenti colpiscono sia l’Accademia sia la casa di famiglia, causando la perdita dell’intera produzione giovanile. Scompaiono così ritratti familiari, numerosi paesaggi e alcuni nudi di grande formato.
1946-1951
L’incontro con l’Europa e l’approdo all’Informale

Nel 1946 Carmassi si reca a Parigi. Frequenta l’ambiente culturale di Montparnasse e del Café Fleur, entrando in contatto con figure come Jean-Paul Sartre, Alberto Giacometti e Pablo Picasso. Ne assorbe l’energia, senza mai scivolare nell’imitazione. Riconosce in Wassily Kandinsky un autentico innovatore, guarda con interesse a Henri Matisse, Robert Rauschenberg e Jackson Pollock, mentre avverte un legame più profondo con Vincent van Gogh. Dalla grande tradizione comprende di dover trarre un principio vitale, non un repertorio di forme, assimilando così una lezione di libertà espressiva.
L’Informale si configura per lui come una grammatica ancora inesplorata, fondata sull’azione e sul gesto, in aperta opposizione alla ripetizione dei modelli postcubisti e al diffondersi di una pittura irrigidita, segnata dall’influenza del Partito Comunista. Pur dialogando con questa corrente, la sua posizione resta da subito autonoma.
Nel 1947 espone in una personale alla Saletta del Grifo, mentre cominciano a comparire i primi articoli dedicati al suo lavoro. In questi anni stringe una solida amicizia con il critico Luigi Carluccio, con il quale organizza la prima Mostra Internazionale dell’Art Club.
1952-1954
Milano e il dialogo con le avanguardie: verso la materia
A destra: studio milanese di Arturo Carmassi

Dopo aver viaggiato in Europa e soggiornato a Parigi, nel 1952 Carmassi si trasferisce a Milano in un ampio studio in Corso Garibaldi. Qui entra in contatto diretto con le avanguardie artistiche e stringe un rapporto di amicizia con Lucio Fontana. In questi anni la sua pittura si definisce in senso informale, attraversata da suggestioni di matrice surrealista.

Nel 1954 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Il Milione, presentata in catalogo da Franco Russoli. In questo contesto conosce Gino Ghiringhelli, che diventerà il suo mercante. Avvia in questi anni una ricerca sul collage, inteso come indagine rigorosa dello spazio e delle strutture volumetriche. A partire dalla metà del decennio si avvicina anche alla scultura, avvertendo l’esigenza di conferire una consistenza formale più solida al gesto pittorico.
1955-1960
Carmassi sulla scena internazionale tra Europa e Stati Uniti

Nel corso degli anni Cinquanta, Carmassi intensifica la propria presenza sulla scena internazionale. Si reca negli Stati Uniti e approda a New York, entrando in contatto con un contesto artistico in piena trasformazione.
Nel 1957 le sue opere vengono presentate alla “Mostra dell’acquerello italiano” presso il Brooklyn Museum, e nello stesso anno partecipa alla “10-Darmstädter Session” dell’Italienischen Bildhauern a Darmstadt. L’anno successivo la sua attività espositiva si intensifica ulteriormente, con la partecipazione alla Biennale di scultura di Anversa, alla rassegna “Junge Italienische Plastik” a Darmstadt e Düsseldorf, e alla “Moderna italiensk maleri” di Copenaghen.
Invitato alla collettiva “Giovane pittura italiana” presso il Palazzo della Permanente, nel 1960 vede consolidarsi il proprio profilo critico grazie alla pubblicazione della prima monografia a lui dedicata, a cura di Franco Russoli. Nello stesso periodo tiene la sua terza mostra personale alla Galleria Il Milione.
L’attività internazionale prosegue con la partecipazione alla mostra “Contemporary Italian Art” presso l’Illinois Institute of Technology di Chicago, all’“Exhibition of Italian Contemporary Art” a Johannesburg, organizzata dall’Istituto per il Commercio Estero, e alla mostra itinerante “The New Generation in Italian Art”, presentata a Dallas, San Francisco e nuovamente a New York.
1961-1969
Il superamento dell’Informale e l’irruzione del mito

Il linguaggio degli esordi si fonda su una personale declinazione dell’astrazione informale. Alla fine degli anni Sessanta, come osserva Raffaele Carrieri, la sua espressione muta direzione e recupera il dato oggettivo dell’immagine, tornando alla rappresentazione del paesaggio e della figura.
A questo periodo risale l’amicizia con Patrick Waldberg, vicino ad André Breton. Sul finire del decennio la sua ricerca figurativa raggiunge esiti di particolare intensità, dando forma a una dimensione immaginaria e fantastica in cui emergono il magico, il mistero, l’occulto.
Si consolidano i legami con l’ambiente surrealista attraverso i contatti con figure come Pierre Klossowski, Georges Bataille e André Masson, nonché attraverso lo studio dell’eredità intellettuale di Alfred Jarry e Antonin Artaud.
A cavallo del 1970 si trasferisce in Toscana. Dopo aver vissuto brevemente nella storica Villa Montorsoli di Castelfiorentino, acquista un podere a Torre di Fucecchio, che diventerà la sua dimora e il suo studio per tutta la vita.
1970-1977
Il “Journal Perpétuel” e il rinnovato rapporto con la scultura

L’indagine tecnica di Carmassi tocca l’apice con la realizzazione del Journal Perpétuel o le possibilità del segno, un imponente corpus di trecento calcografie che fondono l’immediatezza del gesto estemporaneo con il rigore della riflessione.
L’opera diventa il fulcro di un prestigioso tour internazionale che tocca istituzioni di rilievo come la Calcografia di Stato a Roma, il Musée Cantonal des Beaux-Arts di Losanna, la Pinacoteca Nazionale di Atene, la Galeria de exposicoes temporarias di Lisbona e il Museu de Arte de São Paulo; proprio in occasione della tappa brasiliana, il regista Patrick Goetelen dedica all’artista il film-ritratto “Carmassi Miscellanea”.
Nel 1974 sposa in seconde nozze Marise Druart, che diventerà una presenza costante in ogni snodo della sua vicenda umana e artistica. E’ a partire da questo momento che, spinti da una profonda fascinazione, amplieranno la propria collezione di arte africana con pregevoli esemplari di maschere e statue.
Alla metà degli anni Settanta la scultura assume un ruolo dominante, spinto dall’esigenza di conferire maggiore struttura e forza plastica alle immagini.
Nel 1977 la mostra al Palazzo dei Diamanti, presentata da Pierre Restany, segna un momento di svolta: in questa sede vengono esposte opere emblematiche come la scultura Archetipi, il dipinto Origini e le imponenti acqueforti Altamira e Canaveral.
L’intensificarsi dell’attività scultorea e litografica conduce a un progressivo allontanamento dalla figuralità, orientando la ricerca verso un’indagine radicale delle origini del segno. Il collage si afferma come elemento strutturale dell’opera, non più semplice superficie segnata ma segno esso stesso.
1978-1980
Il rapporto con Jean-Marie Drot e la “Cosmogonia” di Villa Medici

Dalla fine degli anni sessanta si intensifica il legame del Maestro con il noto poeta, scrittore e regista francese Jean-Marie Drot. L’amicizia tra i due trova una prima espressione concreta nel libro d’artista La longue nuit des amants frileux, opera di grande formato che intreccia le poesie di Drot con le illustrazioni di Carmassi. Nel 1979 Drot gli dedica anche il film Arturo Carmassi le Toscan, realizzato per la televisione francese.
Nel 1986, in occasione del decennale della scomparsa di André Malraux, Drot, allora direttore dell’Accademia di Francia a Villa Medici, invita Carmassi a un lungo soggiorno a Roma per partecipare al ciclo delle “Cosmogonie”. Il progetto si fonda sull’idea malrauxiana di “museo immaginario”, inteso come una costellazione di opere provenienti da epoche e civiltà differenti, accostate per risonanza interna più che per ordine storico.
All’interno di questo orizzonte, Carmassi costruisce una propria “Cosmogonia” articolata in due momenti, una selezione essenziale della sua produzione pittorica e scultorea, un museo immaginario personale composto da circa cento opere. In esso convivono esempi di arte africana e maestri come Pablo Picasso, Georges Braque, Henri Matisse, Paul Klee, Joan Miró, Albrecht Dürer, James Ensor, Odilon Redon, Alberto Giacometti, František Kupka e Robert Delaunay.
“Amo i grandi trasgressori di tutti i tempi”, affermava Carmassi, evocando figure come François Rabelais, Alfred Jarry, Louis-Ferdinand Céline, Antonin Artaud e Dino Campana, insieme alla voce di Dylan Thomas e ai versi di T. S. Eliot. Dichiarava di restare affascinato dalla limpidezza di Stendhal, dalla magnificenza di Lord Byron, dalla follia di Oscar Wilde. Il ritratto di Dorian Gray diventa, nella sua lettura, una metafora della mutazione dell’uomo nel tempo, accostata al mito del Minotauro, figura archetipica che attraversa la storia dell’immaginario.
1981-2015
L’eredità di un maestro

Negli ultimi anni, pur continuando a dipingere con la stessa urgenza dei primi tempi, Carmassi affianca alla creazione un’opera di testimonianza e trasmissione. Insieme al fedele amico Jean-Marie Drot, si dedica alla pubblicazione di cataloghi, alla redazione della rivista Summa e all’ideazione di nuove raccolte delle opere più recenti, come se volesse consegnare al futuro una mappa completa del suo intero universo espressivo.
Arturo Carmassi trascorre gli ultimi anni della sua vita a Torre di Fucecchio, nella sua amata Toscana, circondato dalle sue creature di bronzo, tela e carta, fino alla sua morte, avvenuta il 27 gennaio 2015.
Rimangono le sue parole e le sue opere, testimonianza di una vita interamente votata alla ricerca del segno e della materia dell’arte. Carmassi non è stato semplicemente un pittore, uno scultore o un incisore: è stato un indagatore della condizione umana, un archeologo dello spirito che ha saputo trasformare ogni tela, ogni fusione, ogni incisione in una pagina del suo diario esistenziale. Le sue sabbie, i suoi collage, i suoi bronzi non raccontano soltanto una storia personale, ma l’intero travaglio di una generazione che ha attraversato il dopoguerra, le avanguardie, il disincanto e la ricerca di un nuovo umanesimo.
L’operato di un artista non è fare dei quadri, è documentare il suo passaggio nella breve storia della sua condizione umana.
L’arte non è che il diario di una generazione che passa. – Arturo Carmassi